Dalle pagine di un libro ho letto che…

8 dicembre 2013
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Nell’ultimo periodo Trichiana è stata la cornice di numerose attività formative: l’altro giorno, rovistando in soffitta, mi è capitato d’imbattermi in un racconto che avevo scritto nel lontano 1998  ed ambientato in questo paese.

Scriveva Edoardo Comiotto: “I libri contengono in sintesi quanto la civiltà umana è riuscita a creare e ad inventare in termini di conoscenze scientifiche, chimiche, tecnologiche.

Nondimeno l’estro e la creatività umana è stata racchiusa in pagine che riportano il pensiero filosofico ed artistico dei nostri progenitori.

L’avvento della carta e dei caratteri mobili in tipografia ha dato un notevole impulso alla circolazione delle idee e del pensiero umano, aprendo possibilità impensabili a chi con segni su tavolette di cera, su un papiro o pergamena cercava di trasmettere fatti ed eventi dall’epoca protostorica e storica.

Il libri rappresentano ancora, anche nello scenario del multimediale, il veicolo eletto per la trasmissione del pensiero e della cultura dell’uomo. Un libro polveroso ritrovato nella soffitta o nella bancarella del mercato, possono stimolare il nostro modo fantastico nel creare o ricreare un racconto, una favola.  Come in un libro ritrovato fra i rottami di un asteroide caduto nel prato vicino a casa, o in un diario di un navigatore scomparso, il nostro pensiero può inventare mondi virtuali, situazioni reali o verosimili”.

Ed ecco che io, la mia favola, ho deciso di condividerla con voi.

Dalle pagine di un libro ho letto che, non molto lontano da qui, esiste un villaggio abitato da persone particolari.

In questo paese, circondato da montagne tanto altre da sembrare invalicabili e da oscurarne la visuale al resto del mondo, si respira un’atmosfera diversa dalla nostra: è abitato, infatti, da persone semplici, che si accontentano di poco, senza grandi ambizioni, ma ricche di spirito ed umanità.

Tutti si salutano dai ballatoi di casa, si preoccupano l’uno dell’altro, pronti a soccorrersi in caso di bisogno. Da ottobre la neve scende talmente fitta da creare muraglie candide che circondano il villaggio, isolandolo dagli altri paesi.

D’inverno, quando il villaggio sembra sprofondato nella neve, i giovani cominciano ad aprirsi un varco in mezzo ad essa, mentre il ragazzo incaricato della consegna del latte nei paesi vicini si alza alle tre del mattino: tutto è immoto e bianco di neve e nero della notte ancora fonda, e lui, tutto intirizzito dal gran freddo, esce con le taniche dalla stalla fumosa, avviandosi giù per la collina, tirando l’asinello greve di peso per la cavezza.

Sulle sue narici si formano cristalli di ghiaccio, e il vapore che esce dalla sua bocca si congela, trasformando il sudore in una rigida maschera.

Mentre arranca nella neve con i suoi stivaloni, guarda in lontananza un chiarore latteo farsi strada attraverso l’oscurità e pensa all’alba incipiente quando, dopo avere terminato le consegne, potrà finalmente riposarsi prima di iniziare il suo lavoro di taglialegna. A fatica avanza nella neve che scende sempre più fitta.

Al mattino i ragazzi si recano a scuola, percorrendo un sentiero irto di alcuni chilometri in messo alla neve alta; nonostante tutto, sembrano divertirsi, corrono e si buttano su di essa come un rassicurante abbraccio, tirandosi palle di neve, incuranti di tutto il resto.

Con l’arrivo della bella stagione i contadini si recano nei campi, dove li aspettano giornate faticose. Il loro vociare, il cigolio del carro colmo di fieno o trasudante grappoli d’uva, i richiami e le allegre cantilene annunciano l’inizio del nuovo giorno.

La campana del mezzogiorno suona l’Angelus e i contadini, come per un tacito accordo, si fermano e chinano con reverenza il capo. Pochi minuti e poi tornano a lavorare.

La sera arriva in fretta: al tramonto gli uomini lasciano il lavoro e si avviano lungo la strada di casa. Qui ogni stanza, ogni cosa è ridotta all’essenziale. Sul ballatoio si apre un piccolo gabinetto buio e diroccato. Da qui partono le scale ormai marce, che portano ad una soffitta polverosa, piena di attrezzi per lavorare in campagna.

Una carrucola è fissata a delle travi per trasportare il fieno, vicino a dei ganci per i formaggi e i salumi. Li accoglie la cucina annerita, dalle pareti piene di crepe, il lavello di pietra basso, la zuppa che fuma nel calderone incrostato sul fuoco, le pannocchie nel pentolone di rame, la gerla appoggiata al muro con la legna raccolta nel bosco e l’aria impregnata di odori di cose antiche e buone.

Dopo un pasto frugale, la notte incipiente e il ticchettio del pendolo sul muro indicano che è giunto il momento di coricarsi.

Dalla camera dei bambini le ultime risatine, i bisbiglii precedono il silenzio della notte, che conserva come in uno scrigno la ricchezza di questo villaggio, fatta di semplicità, fatica, gioia di vivere e buoni ricorsi…

…e quel libro sul tavolino, quel pendolo appeso al muro, di cui non conosco la provenienza mi avvertono che è ora di coricarmi.

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